Omelia per il Corpus Domini

18 giugno 2017

“Noi siamo in comunione con il corpo di Cristo…, siamo in comunione con il sangue di Gesù”, ci diceva san Paolo; e sembra quasi che nella prima lettura Mosè ci dicesse “non dimenticatelo mai”. In tutte queste ultime domeniche abbiamo festeggiato qualcosa di Dio, abbiamo fissato lo sguardo su alcune delle caratteristiche di Dio, che ci hanno fatto contemplare, da tanti punti di vista diversi, l’amore di Dio per noi, e hanno fatto nascere nel nostro cuore la gratitudine e la gioia di chi si sente e si riscopre ogni giorno sempre più amato.

La domenica dell’Ascensione ci ha fatto vedere come noi siamo uniti a Dio, come Dio si ama al punto di mettere la nostra misera umanità dentro la sua grandiosa divinità, la natura umana dentro la Trinità…; la domenica di Pentecoste poi ci ha fatto vedere l’altra faccia della medaglia, come cioè Dio è unito a noi, come Dio ci ama al punto di mettere la sua presenza divina dentro ciascuno di noi, come Dio sceglie di abitare in ciascuno di noi, di fare di ognuno di noi il suo tempio santo…; e ancora la domenica scorsa della Trinità ci ha fatto posare lo sguardo ancora una volta sulla infinita misericordia di Dio, sulla sua scelta di stare in mezzo a noi come colui che è misericordia e amore; il peccato dell’uomo non cambia la natura di Dio che è amore, ma gli fa compiere un salto di qualità: l’amore diventa misericordia e perdono…; e oggi, in questa bella e felice solennità del Corpus Domini, anzi, in questa solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Gesù posiamo lo sguardo sull’amore di Dio che si fa dono, si fa pane, si fa piccolo, si fa spezzato, si fa nutrimento, si consegna a ciascuno di noi.

Come Gesù si è consegnato nelle mani dei suoi carnefici perché si potesse compiere l’opera meravigliosa della nostra redenzione, così Gesù continua a consegnarsi nel pane a ciascuno di noi, perché quella opera di salvezza possa continuare a raggiungere tutti noi, si mette realmente nelle nostre mani; noi dovremmo metterci nelle mani di Dio, ma ci sentiamo indegni o incapaci di cambiare il cuore, e allora Dio stesso si mette nelle nostre mani, e si fa nutrimento per noi. Come diceva bene il nostro amato Papa Francesco: “Gesù non è il cibo dei perfetti, ma il pane e il nutrimento che sostiene il nostro cammino”.

Proviamo allora a tenere a mente due cose che ci fa sempre bene ricordare.

Dio si dona a noi, viene a noi. Ora se a noi qualcuno ci interessa e gli vogliamo bene allora lo accogliamo in un certo modo, se qualcuno invece non ci interessa e anzi ci infastidisce allora lo accogliamo in un altro modo. Come accogliamo Gesù? Come prepariamo il posto per lui? È lui il nostro cibo o è solo un companatico come tanti altri? A partire dalle piccole cose cerchiamo di manifestare il nostro amore verso Gesù: con una richiesta di perdono, con una preghiera devota, con i gesti come il metterci in ginocchio, con il silenzio, anche con il nostro modo di vestire, con l’accostarsi alla comunione con rispetto. Facciamo attenzione a queste piccole cose, perché dicono quanto conta Gesù per noi.

Una seconda cosa ci fa sempre bene ricordare.

Dio si dona a noi, non solo viene a noi, ma viene in noi. Ci assimila a se, ci trasforma, ci cambia il cuore. Come se mangiamo troppo salame o troppa cioccolata o troppo vino si vede…, così se ci nutriamo di Gesù si deve vedere. Come l’amore del marito verso la moglie non si vede dai gioielli che gli regala e che sono frutto solo del suo portafoglio, ma dalla vita di ogni giorno…, così il nostro amore verso Gesù non si può misurare con i giri della processione o con i metri dell’infiorata, ma da una vita degna di lui.

Ma se tutto questo ci sembra troppo complicato, portiamoci nel cuore solo una certezza semplice e assoluta: il primo e più elementare modo per voler bene a qualcuno è esserci, dire io ci sto, sto qui per te, sto qui con tutto ciò di cui posso essere capace, anche con i miei limiti. Dio c’è! C’è per noi! C’è sempre!